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Massimiliano Leva
Era il 1970, quando a Genova, Ettore Vigo, Pino Di Santo, Marcello
Reale, Mimmo Di Martino e Ivano Fossati, più tardi, nel '72,
sostituito alla voce da Martin Grice, davano vita al primo nucleo dei
Delirium, che di lì a poco sarebbero diventati uno
dei gruppi più popolari del progressive italiano insieme a PFM e Banco
del Mutuo Soccorso. Coniarono quel nome perché Reale, che oltre a
suonare il basso era ancora studente in Medicina, pensò a qualcosa che
fosse di facile presa. "Marcello ci propose Delirium pensando proprio
al delirio di certi pazienti che aveva visto in corsia. Ci piacque
subito. Di fatti, speravamo che la nostra musica potesse avere quello
stesso effetto: febbrile, vertiginosa, visionaria", spiega oggi Ettore
Vigo, tastierista del gruppo. Il trucco era più o meno questo:
mescolare la più tipica melodia italiana alla verve che l'Inghilterra
musicale di allora pompava verso di noi.
"Avevamo idee diverse da quello che andava per la maggiore in Italia.
Noi ci sentivamo più vicini a gruppi come Jethro Tull o Emerson, Lake
& Palmer", continua Vigo, che con Di Santo e Grice ha riportato in
questi giorni in vita i Delirium, trentadue anni dopo il loro
scioglimento avvenuto nel 1975. A firma della band genovese, è infatti
uscito un nuovo disco antologico dal vivo. Si intitola Vibrazioni
notturne live, e contiene, oltre a un inedito, undici brani tra i
più famosi del loro repertorio. A maggio, invece,
uscirà un album di studio con canzoni inedite.
Vigo, come mai questo ritorno dopo così tanti anni?
Niente è stato casuale. La voglia di tornare a suonare, lo ammetto,
era tanta. Tre anni fa, così, abbiamo pensato di rimetterci a fare
concerti. Di proporre un nuovo disco, però, non ci pensavamo. Ma con
nostra sorpresa l'accoglienza del pubblico dal vivo è più stata
calorosa di quanto ci aspettassimo, persino da parte di giovani che
neppure erano nati quando suonavamo. Poi, un anno fa, ci è arrivata
l'offerta di una piccola etichetta indipendente che si interessa di
progressive, la Black Widow. Per noi, era l'occasione giusta al
momento giusto. Così, ora eccoci di nuovo qui.
Vigo, come mai que |
Dopo tanti anni, cosa pensate di avere ancora da dire?
Quello che dicevamo, che cantavamo trent'anni fa è sempre quello che
cantiamo oggi, in un contesto attualizzato. I tempi, ovvio, sono
cambiati. Non siamo più dei figli dei fiori ma il mondo con tutti i
suoi problemi, si presta ancora alle stesse critiche. Baghdad,
per esempio, l'inedito scritto per il nostro nuovo disco, parla di una
storia d'amore tra due persone di culture e nazionalità diverse: una
metafora per sottolineare come oggi la paura del diverso è ancora
viva, tangibile nella nostra società.
Come sono cambiati i Delirium dagli anni Settanta?
L'esperienza ci ha migliorato. Nessuno di noi ha smesso di fare musica
in tutto questo tempo dopo la nostra separazione. Seguiamo sempre il
nostro stile, ma con la voglia di non essere solo nostalgici.
Cerchiamo di rimanere con i piedi per terra ogni volta che saliamo su
un palco, ben consapevoli che il pubblico si aspetta le canzoni del
passato ma consci anche del fatto che non siamo più nei Settanta.
Cosa ne pensate della musica di oggi?
Trovo che ci sia decisamente troppa offerta. A volte mi ritrovo in ciò
che ascolto, a volte no. Mia figlia mi ha da poco fatto ascoltare i
Muse. Mi piacciono, soprattutto per l'approccio sperimentale che
hanno, per la voce di Matthew Bellamy. Sono un gruppo che ha
un'attitudine progressive.
Come sarà il vostro prossimo disco di inediti?
Sarà un disco nel nostro stile, con arrangiamenti moderni, linee
armoniche colorate dal suono di un flauto, di un sax e
dall'accompagnamento in alcuni brani di un'orchestra. L'abbiamo
registrato a Genova e si intitolerà probabilmente Delirium IV.
Farete anche qualche tour? E suonerete all'estero? Ci piacerebbe
molto. Vedremo, tutto è ancora in fase organizzativa. Ma vorremo
suonare anche in Giappone e in Messico. |