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Dopo una
gestazione durata oltre un anno, finalmente ci siamo.
Delirium, capitolo
quattro. O meglio, Delirium International PROGressive Group: membri
storici (Di Santo, Grice e Vigo con l’appoggio esterno di Mimmo Di
Martino) più innesti dal 2003 (Chighini e Solinas). Un CD nel segno
della continuità, presentato a Milano oltre una settimana fa, e
prodotto dall’etichetta genovese
Black Widow Records.
Un titolo evocativo (Il nome del vento), il paroliere
storico (quel Mauro La Luce che già scrisse i testi
negli anni Settanta) e due ospiti di peso (Sophya
Baccini dei Presence ai cori e
Stefano “Lupo” Galifi già
Museo Rosenbach, oggi ne
Il Tempio delle Clessidre).
Dove eravamo rimasti? E la risposta te la danno subito, dalla prima
traccia. La reprise di Dio del silenzio, brano che chiudeva
Viaggio negli arcipelaghi del tempo, all’epoca – 1974 -
denominato anche “Delirium III”. Bando a qualsiasi nostalgia, la
title track (Il nome del vento) si presenta subito con una
scrittura musicale ragionata; la frase iniziale ha un che di
dissonante: se la rimpallano quartetto d’archi e il sax contralto di
Grice. Un concreto assaggio per una composizione che si stempera
subito nella classica canzone “stile Delirium” con tanto di
ritornello “che resta”.
In piena atmosfera concept, si inserisce lo strumentale Verso il
naufragio: tinte gravi di archi, un fumoso sax tenore quindi
una vivace tessitura pianistica di Vigo, culminante nell’incipit (e
sviluppo) di Theme One dei Van Der Graaf Generator.
Con L'acquario delle stelle si ritorna in un clima più
tenue, tra psichedelia e camerismo classico: la sovrapposizione dei
flauti sembra emulare il mellotron di McCartney in
Strawberry Fields Forever, il quartetto d’archi si limita a
tratteggiare e “legare” quanto lo stile ritmico “staccato” tenda a
separare. |
L’attidudine
alla cantabilità melodica è parte sostanziale della loro storia
musicale e l’album non delude affatto tale aspettativa. Il punto di
forza, comunque, va scorto nelle parti strumentali dove abbondano
piacevoli sorprese, soprattutto quando si lambiscono territori cari
soprattutto ai “senatori” della band (mi riferisco alle simpatie
black in Luci lontane, allo stupendo cameo “soul” di Lupo
Galifi in Profeta senza storie, alla fusion “retrospettiva”
di Note di tempesta, Dopo il vento e della bonus
track L’aurora boreale).
Ma non mancano brani che, a loro modo, sciorinano allusivamente il
racconto del progressive: Ogni storia si nutre di
compulsioni ritmiche alla Banco per poi appoggiarsi
in un arioso spiegamento vocale tra Procol Harum e
Moody Blues con una chiusura hendrixiana ad
effetto. Oppure in Cuore sacro dove i riferimenti “interni”
(il flauto dei tempi d’oro…) ed “esterni” (riff alla Kansas) si
perdono.
Da non trascurare – nel bilancio finale – la regia “sonora” di
Verdiano Vera dello
Studio Maia e la
suggestiva copertina tratta da un dipinto di
Anna Ferrari.
Complessivamente un pregevole lavoro, dai tratti maturi, cresciuto
con il desiderio di comunicare una direzione musicale netta, fedele
al DNA di appartenenza pur senza rinunciare ad ulteriori aperture.
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